Russo Amorale e un valzer nella Belle Époque d’Europe

Sto scrivendo queste brevi, annacquate e stanche parole su Russo Amorale mentre ascolto, di nuovo, “Europe, il disco d’esordio, per l’appunto, di Russo Amorale.

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russo amoraleEcco, di solito faccio così quando decido di scrivere qualcosa sul qualcuno: lo mastico a spizzichi e bocconi ascoltandone musica e parole tra una pedalata di cyclette e l’altra (sì, ho sacrificato quel che resta della mia appannata decenza sull’altare dei miei poco lucidi sogni di pelato palestrato: tragici effetti della quarantena), lavo via tutto sotto la doccia post allenamento virile, provo sguaiatamente a canticchiarlo mentre faccio le scale di casa (la mia cyclette è in cantina, mi piace fingermi salutista mentre respiro muffa e umidità) e mentre mi sbaffo senza soluzione di continuità ogni forma di alimento vagamente commestibile che incontro sul mio cammino di ritrovato Bruce Willis stalkero l’artista sui social, e commento ogni singola foto con più o meno accidia a seconda del livello di gradimento musicale – e gastronomico – del momento.

Poi me ne dimentico, finché non decido di tornarci su per scrivere le mie idiozie prosaiche da damsiano (sigh, nonna, mamma: scusatemi, ho fatto una cazzata a non studiare qualcosa di serio) perfettamente realizzato e, quindi, dannatamente frustrato e infelice; e allora rimonto su il disco (tutto in digitale, ovviamente, per chi mi avete preso) e provo a raccattare qua e là un paio di idee di contrabbando rubacchiando qualche parolina all’artista, insaporendo il tutto con qualche termine assolutamente inutile da Fegiz improvvisato e chiosando con una frase dall’afflato mistico che farà sorridere il lettore che vedrà soddisfatta la sua pretesa di sentirsi – come me – un’intellettuale da accattonaggio per qualche minuto, mentre – come me – si chiede il senso di quella frase così ermeticamente chiusa nel suo aspetto di roboante, esaltante, insopportabile supercazzola.

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Ma stavolta, mamma mia, che difficoltà!

Russo AmoraleIo ci provo a scrivere le mie solite boiate dorate, ma Russo Amorale intanto spara trecento parole al secondo dalla sua ragnatela di immagini, e io non posso far altro che la fine della mosca, rimanervi impigliato e farmi divorare dal morso crudele di un disco che sembra aver dimenticato che intorno a noi la poesia brucia, il bello fugge a nascondersi nella Storia e cataste di alibi non servono più a far da rifugio a chi si sottrae alla responsabilità primaria dell’arte e dell’Artista: andare avanti, in direzione ostinata e contraria. Come fa Russo Amorale in “Europe“.

Allora, partiamo dall’ABC: Russo Amorale è un cantautore che ha fatto della resistenza culturale la sua missione; che lo sappia o no, che lo ammetta o no, poco importa. Così è, perché mi pare, e perché credo che ora più che mai la nostra generazione di mutilati emotivi abbia bisogno di eroi.
Russo Amorale è una serie di domande aperte, e senza risposta: già il nome d’arte sembra celare in sé mille detonazioni semantiche diverse, e quella parola dal suono così duro – russo – seguita da quell’alfa privativa poco dopo sembra aprire tavoli di dibattito che solo l’ascolto di “Europe” può risolvere.

O forse no.

Russo AmoraleC’è poca moralità, e nessun cenno di moralismo, nel nostro Amorale, assassino cannibale dei padri al crepuscolo degli Dei, col suo linguaggio musicale che sa di melpot, di gulasch di stili, viaggi, odori, tradizioni diverse; ma la presenza, il gusto delle basi che compongono la miscela rimane evidente pur nell’originale alchimia di una scrittura che sa di fresco, senza perdere contatto con la Terra, con la necessità di far dell’urgenza un monumento.
E allora “Europe” si ammanta del profumo di zolfo, per lasciar risorgere dal cuore del suo pentacolo musicale un viaggio articolato in undici tappe sonore, nell’era della fissità e dell’immobilismo: uno schiaffo in faccia alle regole da playlist, un pugno nello stomaco ad un mercato che censura la violenza della Verità, una risata sincera, schietta e genuina per seppellire gli ultimi dieci anni di cancrena della musica italiana. Lingue che si intrecciano in un bacio musicale di 40 minuti, dalla forte connotazione politica e sociale, senza scadere nella retorica delle masse: figlio della sua generazione, Russo Amorale intona il peana di una comunità che agonizza non con il piglio del profeta o del pastore di greggi, ma con l’ironia del menestrello che, apolide per scelta, vaga come l’ebreo errante per le lande desolate di un Tempo tiranno che ci vuole, tutti, orfani di un posto nella Storia.
La mente si annebbia mentre il carrozzone dell’aedo fa sballottare il tuo corpicino di ignavo ascoltatore da una parte all’altra del mondo, modulando fonemi e architetture musicali per lasciarsi capire e ascoltare in ogni piazza che incontra: il folk americano abbraccia le nuove derive balcaniche, mentre distorsioni disturbanti richiamano alla mente la scena underground contaminata dei nostri anni Novanta; facce sconosciute si affacciano alle pareti di un cervello che sembra aver finalmente riaperto le sue finestre, e con il colpo netto del sarto Russo Amorale infila la cruna dell’ago tra le pezze di un patchwork di storie diverse, che sanno di porto, di deserto, di Ande che si ricongiungono alle Montagne Rocciose prima di riportarti a casa. Per poi scoprire che casa non è più la stessa, dopo aver ascoltato Europe; perché ci sono dischi che ti rivelano chi sei davvero, e da dove vieni, dischi che ti levano le certezze – che altro non sono che comode gabbie – sussurrandoti all’orecchio la più grande delle verità: e cioè che, dopotutto, la verità è solo un fatto di punti di vista.
E a questo giro, nessuna supercazzola: solo la lampante, rincuorante bellezza di sentirsi diversi, ma così profondamente umani.
Antenòr Culodritto
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