Altrove, cuori e motori ai tempi della quarantena

Se ti chiami Altrove, in tempi di quarantena, e pubblichi un brano la cui copertina ritrae una coppia di giovani rampolli che come lucertole rubano al sole tutto il calore che possono mentre si godono il respiro del maestrale sul litorale ligure (perché sì, quelle sono le Cinque Terre, quindi la sofferenza è doppia), abbracciati sul tettuccio di una cinquecento bianca che sembra uscita da un b-movie dedicato all’estate di Jerry Calà; ecco, se sei pronto a fare tutto questo a 60 milioni di italiani chiusi in casa alle prese con la consapevolezza di poter solo allestire fantasie estive in giardino, o peggio, di dover frequentare spiagge inscatolati in box di plexiglass; ecco, se sei pronto a tutto questo, le motivazioni possono essere due: o sei un tremendo ottimista, o sei un sadico mietitore di anime perse, quali siamo noi tutti, ora.

Sì, perché Altrove ti fa salire sulla macchina d’epoca, che ha solo la carrozzeria vintage perché tutto il resto sa di vernice fresca e cavalli rampanti, e lo senti sorridere al volante mentre cambia le marce per ingranare meglio la salita che porta al ritornello; e poi, prima di lasciar esplodere l’estate e far riversare il mare nell’abitacolo, ti guarda, ti prende per mano e ti spinge a sentire l’odore che entra dai finestrini, mentre il vento accarezza i capelli e la salsedine si incolla alle ciglia: è pino marittimo, muschio selvatico e gomene morse dal sale.

E allora lui, sornione, ti fa credere che sia possibile prendere il largo e, per una volta, non cedere all’abuso della noia, della rassegnazione, del naufragio calcolato di una nazione che va a fondo, per prendere la giusta spinta e risalire; dimentichi il bollettino delle sei, i fiori sulle bare, e uomini che appassiscono dietro gli usci di casa. E non c’è inganno, non c’è colpa: la fantasia rimane l’unica forma di libertà che cuori atrofici possono garantirsi per non lasciarsi intorpidire da una prigionia necessaria.

Chi crede che il dolore possa essere sconfitto solo con il pianto, con altro dolore che condiviso si debba trasformare in lacrime e sangue per sentirci eroi e martiri quanto coloro che tra le corsie stanno combattendo la più importante delle guerre – quella per la sopravvivenza – senza aver mai chiesto né aver mai desiderato la nostra ammirazione di idioti da televisore, ecco, chi crede di sentirsi più eroico rendendosi maceria tra le macerie, ascoltando “500 Bianca” di Altrove forse dirà che non era il tempo, che non era il momento per ingannare gli italiani con tre minuti d’estate.

Ecco, io invece credo che per noi, che siamo fiori di città impegnati a succhiare dal vento e dalla terra arida quel poco di bellezza che la gioventù fa ancora crescere per le strade, per noi, che non abbiamo bisogno di alibi per piangere e di pretesti per provare a sorridere, l’estate sia necessaria, proprio per resistere a questo inverno che non smette di mordere le caviglie, in pieno maggio ormai.

Ed improvvisamente, in uno scenario post apocalittico abitato da star che non brillano e rimandano a tempi migliori – per le loro tasche piene di anime vuote – l’occasione di tirar fuori canzoni che possano aiutarci a trovare un sorriso nella tempesta, la musica resistente prova ad essere farmaco, benda che si avvolge intorno ad una ferita pulsante senza la pretesa di cancellare la cicatrice, ma solo di nasconderla per un pò; di lasciarci credere, per una manciata di minuti, che questa notte passerà, o la faremo passare. Poi, la notte scenderà e si riprenderà il suo posto, come dice il cantautore ligure; ma intanto, oggi c’è il sole. E tanto basta.

Manuel Apice

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